Maria Irene Vairo
Robottino 7
Anno 2025
Acrilici su tela, cm. 40×30
In Robottino 7, Maria Irene Vairo dà forma a una creatura che sembra emergere direttamente da un sogno gentile, un piccolo essere sospeso tra immaginazione e realtà. La sua testa tonda, divisa in due campiture di colore — un blu profondo da un lato e un giallo luminoso dall’altro — racconta già da sola la poetica dell’artista: un equilibrio tra opposti, tra luce e ombra, tra razionalità e stupore. Gli occhi rossi, vibranti e circondati da un tratto frastagliato, non hanno nulla di minaccioso: sono scintille emotive, piccole fiamme che suggeriscono curiosità, attenzione, un modo tutto suo di guardare il mondo.
Il corpo, ridotto a forme essenziali, è un rettangolo bianco che sembra quasi fluttuare, come se il robottino non avesse bisogno di peso per esistere. Le antenne sottili che si alzano dalla testa aggiungono un tocco di ironia infantile, mentre i cerchi marroni che punteggiano la parte gialla dello sfondo evocano un universo in movimento, un cielo popolato da piccoli pianeti o pensieri che orbitano attorno alla figura.
La divisione dello sfondo in due metà — blu e giallo — amplifica la sensazione di un mondo in bilico, un luogo dove tutto è possibile e dove la tecnologia non è mai fredda, ma diventa un tramite per raccontare emozioni. In questo robottino, Vairo intreccia la sua tecnica fatta di intuizione, attesa e materiali che maturano nel tempo con una visione affettuosa del futuro: un futuro dove anche ciò che è artificiale può essere fragile, poetico, profondamente umano.
Robottino 7 non è un automa, ma un piccolo compagno silenzioso, un custode di sogni che sembra volerci ricordare che la dolcezza è ancora possibile. La sua semplicità non è ingenuità, ma una scelta precisa: quella di costruire mondi alternativi dove la creatività diventa un atto di cura e di resistenza al cinismo contemporaneo.
È un personaggio che non invade, non impone: si offre. E nel farlo, ci invita a immaginare un futuro più leggero, più luminoso, più nostro.
Maria Teresa Majoli







