Alma Conte
Senza titolo
Anno 2019
Tecnica mista su tela, cm. 60×90
Alma Conte costruisce la sua ricerca su un linguaggio che unisce pittura, collage e stratificazioni materiche in un unico organismo visivo, dove i confini tra le tecniche si dissolvono. I suoi colori, sobri e smorzati, diventano un humus emotivo in cui fluttuano corpi enigmatici, contorti, sospesi tra realtà e visione. Da un moto interno, da nodi profondi e antichi, nascono figure che abitano scenari liquidi e inquieti, raccontando la condizione umana come un quesito irrisolto e irrinunciabile.
In questa opera, il corpo disteso al centro della scena non è un corpo addormentato: è un corpo abbandonato, consegnato a un sonno che non ristora, ma che estrania. Non ha tratti identificativi, non ha capelli, non ha un genere definito: è un essere umano ridotto all’essenziale, alla sua fragilità più nuda. Potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere ognuno di noi.
La figura sembra esclusa dal mondo, dimenticata, lasciata ai margini. Eppure non è sola.
Accanto a lei, una creatura vigila. Un animale che non è minaccia, ma presenza. Il suo sguardo — rivolto verso di noi — è un richiamo diretto, quasi un rimprovero silenzioso: “E tu? Passi oltre?”
È questo sguardo a tenere insieme l’intera scena. È lui a impedire che l’abbandono diventi disperazione. È lui a ricordarci che, anche quando la vita ci lascia a terra, esiste sempre una presenza che osserva, che attende, che non ci lascia del tutto precipitare.
Alma Conte costruisce così un’immagine di grande forza poetica: un corpo fragile, un animale‑sentinella, un ambiente che sembra una grotta, un rifugio, un altrove. Un’opera che parla di solitudine, ma anche di cura. Di caduta, ma anche di veglia. Di abbandono, ma anche di responsabilità.
È un quadro che cattura da lontano e ferma chi passa. E che, da vicino, apre una riflessione profonda sul nostro modo di guardare gli altri — e noi stessi.
Maria Teresa Majoli







